In realtà mi andrebbe bene fare anche il “brand awareness advisor” oppure il “senior viral marketing coordinator“. Di cosa sto parlando? Prima l’antefatto: con il collega Bordin e con il Tagliaerbe stavamo analizzando il pomposo curriculum di un blogger, che si autodefinisce web strategist e web content manager, due definizioni che suonano di uno che “di internet ne sa, ma proprio una cifra!”.
Il Tagliaerbe, attento osservatore del web e delle sue dinamiche, ha prontamente risposto indicandomi un simpatico indirizzo: il Generatore di Qualifiche. È uno di quegli strumenti umoristici nati con il Web 2.0, o meglio con il moltiplicarsi di qualifiche dal sapore anglofono, che sono belle per riempire la bocca e stupire la gente, ma che spesso non hanno un vero e proprio corrispondente, nella realtà così come nella lingua italiana.
Vivendo a stretto contatto con il Web 2.0 mi trovo spesso a che fare con questo tipo di credibilità autodefinita, autoproclamata, , ma venduta e sbandierata ai quattro venti. Autocandidature alla carica di “most influential blogger” e autocertificazioni di avere il pubblico più influente, trend setter, opinion leader, formato da early adopters, high amateur, enthusiast e via dicendo. Il tutto con dati spesso poco verificabili, scambiando link con la propria claque, adottando magari anche trucchetti per moltiplicare il numero delle pagine generate.
In mezzo a questo marasma emerge una domanda: il pubblico è ancora capace di discernere tra i contenuti di qualità e le marchette, o è schiavo dei contenuti di cui lo imbocca Google?




[...] automatici mi fanno sempre rotolare a terra dalle risate. Vi ricordate l’autogenerator di Qualifiche Web 2.0? C’è chi ha fatto di meglio. Molto meglio. Dando refresh su questo post di Metilparaben [...]